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Quando Bernal Diaz del Castillo finì di scrivere la Historia verdadera de la Conquista de la Nueva España, aveva ottant'anni e gli avvenimenti epici che raccontava e ai quali aveva partecipato come soldato risalivano a oltre cinquant’anni prima. Hernán Cortés era morto da venticinque anni lontano dalla Nuova Spagna che aveva conquistato, ma da dove era stato espulso dal nuovo governatore e dopo essere stato accusato di aver rubato, frodato e anche di aver ucciso la moglie. La sua leggendaria impresa era stata molto ammirata, ma anche molto criticata, e ora studiata dagli allievi indios dell’Università del Messico, che l’avevano riscritta, accompagnandola con ingenue incisioni, in cui si vedeva sempre accanto a Cortés una giovane donna con i capelli lunghi e le vesti indigene. La polemica con il domenicano Bartolomeo de Las Casas, che nel 1552 aveva pubblicato a Siviglia la Rélacion de la destrución de las lndias, durava da trent’anni e i tempi delle battaglie contro gli aztechi dovevano sembrare a Bernal, che, era quasi cieco, oltre che vecchio e stanco, come appartenenti a un’altra vita. La sua memoria era tuttavia rimasta intatta, o così è sempre sembrato a tutti quelli che hanno letto questa meravigliosa cronaca.
La letteratura di ogni paese è disseminata di storie di guerre e di spedizioni, di lotte, di violenze e di conquiste, ma pochissime o forse nessuna trasmettono il fascino straordinario del racconto sobrio e preciso di un’impresa impossibile di quattrocento soldati di fanteria, sedici cavalli e sei pezzi di artiglieria all’attacco di un impero difeso da forze almeno cento volte superiori. Un attacco che continuamente rischiava di trasformarsi in un disastro, portato con un’audacia molto vicino alla follia nel territorio nemico, che nessuno conosceva e nessuno aveva esplorato durante quello strano periodo, come di attesa, che va dalla scoperta dell’America fino allo sbarco di Cortés nella baia di Veracruz, per arrivare a una meravigliosa città lagunare in cima all’altopiano. E quando gli spagnoli, accompagnati dai battaglioni degli indios tlascalesi, loro nuovi alleati, dopo essere passati attraverso paesi con case di pietra e con torri e circondati da immensi giardini, arrivarono in cima a un colle e scorsero da lontano Tenochtitlán, allora una metropoli di duecentomila abitanti, la meraviglia fu talmente grande che credettero di essere caduti sotto incantesimo, come in una fiaba cavalleresca.
Diaz
del Castillo si era deciso a
scrivere dopo così tanto tempo, per ristabilire quella che lui chiamava
la verità dei fatti. I domenicani avevano troppo denigrato la spedizione
- vista invece dai soldati come unica e gloriosissima, con l’eccezione
di qualche episodio, come l’uccisione a sangue freddo di Cuauhtemóc
durante la spedizione in Guatemala - facendone solo una storia di
orrori. Ma questo versante polemico della storia della Conquista lo La donna aveva un nome che suonava come Malinche, ma che probabilmente era Malintzin, chiamata Marina, Dona Malina in tutto il testo e fin dall’inizio diventò così importante e così associata al potere spagnolo che gli indios cominciarono a chiamare Malinche anche Cortés, come fossero un’unica persona. Dopo uno scontro nella regione di Tabasco, prima della marcia verso gli altopiani, i capi locali intimoriti dalle bombarde avevano portato doni propiziatori, «che non erano nulla a paragone con venti donne» offerte agli spagnoli, tra le quali c’era Malinche. La giovane, promossa da Bernal a rango di principessa, parlava maya e conosceva il nahuatl, la lingua azteca e nei complessi dialoghi che si svolgeranno per tutta la durata della spedizione con nazioni e tribù molto differenti tra loro, e che usavano linguaggi diversi, fu chiamata a fare da interprete, insieme con Jéronimo de Aguilar, uno spagnolo naufragato nell’isola di Cozumel, di fronte alle coste della Yucatan molti anni prima e che aveva vissuto da semiprigioniero con gli indios. Poi Malinche imparò lo spagnolo con grande rapidità e non ci fu più bisogno di Aguilar. Oltre a darci un ritratto di Cortés
come politico e uomo di guerra, impareggiabile nell’adattare la guerra
ai flni politici e di dominio e senza nascondere quelli che sono i suoi
difetti, la cupidigia, Nel Labirinto della solitudine, il bellissimo saggio sulla messicanità ed altro di Octavio Paz, che gli valse il Nobel più delle sue poesie, lo scrittore parla dell’interprete e amante di Cortés come del simbolo della Conquista, che non fu solo una violazione in senso storico, ma violazione della carne stessa delle donne. Donna Marina era diventata una figura che rappresentava le indie, affascinate, sedotte, violate dagli spagnoli e che incarnava l’aperto all’esterno, così come Cuauhtemóc ha rappresentato il mondo indio chiuso, impassibile e stoico. Ancora oggi, nel lessico politico messicano l’aggettivo malinchista viene adoperato per insultare il rivale, per dire che non bada veramente agli interessi del paese, e tende a favorire gli stranieri. […] ![]()
Avrebbe fatto forse meglio ad approfondire
il tema del “tradimento” della Malinche, uno di quei distorti e falsi argomenti
che vengono assorbiti in modo sbagliato dalla psiche collettiva e che rimangono
a sedimentare e a perpetuare errori nelle coscienze di onesti cittadini.
All’epoca della Conquista il mondo indiano era caratterizzato da un’estrema
diversità e anche nelle aree delle influenze inca e azteca viveva
un numero incredibile di etnie e gruppi tribali che stavano fuori delle
strutture politiche imperiali e che erano estremamente ostili ai poteri
dominanti o che si combattevano continuamente tra loro. Il termine “indiano”
può essere utile per distinguere questi popoli americani da quelli
europei, ma è lontanissimo dal significare una stretta o anche blanda
unità politica e culturale. Per la Malinche, che proveniva dal Tabasco,
gli aztechi erano della gente nemica che andava combattuta, come gli inglesi
hanno combattuto i francesi per sei o settecento anni o come gli italiani
hanno combattuto gli austriaci durante il Risorgimento. La lealtà
che avrebbe dovuto legare tutti gli indios, solo per il fatto che avevano
la pelle diversa da quella dei bianchi, è un’invenzione etnico-buonista
che ha poco a che vedere con il modo in cui andavano le cose nel continente
americano ai tempi della principessa india e di Cortés.
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